Non era in uno specchio ma piuttosto un’eco, il riflesso della sua assenza in uno sguardo perso tra mille volti illuminati a strappi nel buio.
Ma forse non era nemmeno Lei, ma solo come la ricordava, filtrata da ricordi alterati da stati d’animo e da dolori rimossi; transfert patetici di una storia finita come tante.
Quando spensero la musica si ritrovò scombinato con addosso un costume sgualcito da Arlecchino su una maschera da Pierrot, dove una lacrima vera scioglieva il trucco.
Un tuffo dove l’acqua è più sporca, una pozza di sudore dalla quale emergere pesanti, aspirando odori di fumi chimici evacuati da macchine sceniche.
E adesso?

Quando spensero la musica la gente si dileguò, la poca rimasta; persone distanti una vita diversa, su strade visibili da un cavalcavia lontano; itinerari senza possibilità di intreccio percorsi da personaggi di racconti e generi diversi dal proprio.
Con la ruga in fronte di quando finge indifferenza individuò la linea di fuga da possibili sguardi e improbabili giudizi per raggiungere l’uscita, poi l’auto, poi la strada di casa. Mentre guidava, nelle orecchie continuavano a vibrare i bassi tonanti della festa e sol da lungi, in qualche recondito anfratto del cervello, anche la melodia e le parole delle canzoni che aveva ballato solitario tra mille persone.
Quando spensero la musica era ormai l’alba; lo stesso sole per tutti, ma per ognuno diverso: tiepido respiro nell’aria fresca del mattino, oppure spillo negli occhi stanchi di buio e di intermittenze.
Quando spensero la musica si ritrovò sprofondato solo con se stesso; era stato lì per ore, senza essere mai stato lì.