I complimenti e le parole degli uomini scivolavano tiepidi su Giulia, come le svogliate carezze che si concedeva nella vasca da bagno, sotto la schiuma, quasi ogni sera, dove lo sfioro dell’acqua tremava a ogni sospiro.
“Tutti soffrono, niente di originale in quello che sento”- pensò, passando la spazzola su trame di capelli e di pensieri sbiaditi.
La malinconia e il ricordo di giorni diversi, che cadevano su rive lontane, su strade sognate, erano ossigeno nel sangue, zucchero da sciogliere lentamente per arrivare ogni notte a quel tuffo nel Lete.
Ah, quanta pace nell’oblio di un sonno nero e profondo come un pozzo artesiano.

Un uomo sbagliato, un mare d’impegno, lavoro e sudore per far volare quell’amore di carta, suscettibile al minimo soffio della vita, infiammabile a ogni screzio che trovava sempre lo stesso epilogo in grida e violenza.
L’uomo sbagliato, certo… ma scelto, voluto, contro il parere rispettoso di tutti; di suo padre e sua madre, prima degli altri, ma anche di amiche e amici che a lei tenevano davvero.

Oggi, rimasta sola con lui, a chi si sarebbe rivolta? Ma anche avesse trovato aiuto, un conforto, come superare l’ostacolo più alto, ossia la vergogna? La vergogna di non essersi fidata; la vergogna per la violenza che subiva e che, di fatto, accettava, non avendo mai opposto una vera reazione. Un cane che si morde la coda e l’amara conclusione che, dopotutto, se era stata così sciocca da fidarsi di quell’uomo, forse non meritava di meglio.

Pensieri, delusioni e accettarli sempre; errori incomprensibili come bagagli in ordine sparso. Eppure…
Tra i rottami di una vita, Giulia trovava una dolce evasione, la linea di fuga dove le lacrime diventavano applausi e la fantasia la spingeva a raccontare vite diverse.
Quel giorno, in fine, decise: “Basta immaginare, è tempo che scriva ogni mio racconto; è tempo che trame e persone vivano, almeno sulla carta… Devo farne qualcosa di questo dolore. Dopotutto, nel soffrire e basta, non c’è niente di originale, niente”.