… Sono uno scienziato, cari lettori, non uno sciocco, un ignorante che affretta il passo quando al crepuscolo vede le ombre allungarsi, neanche fossero incubi che prendono forma ai confini della realtà.
Ho un lavoro importante e non perdo tempo a socializzare con la gente del paese, un’accozzaglia di uomini buzzurri e donne superstiziose che al mio passaggio bisbiglia frasi tipo: “Poveraccio… È quello che vive nella vecchia casa in mezzo al bosco!”
Ebbene sì, sono io, sono “quello”, sono il “poveraccio” … e allora?
Il fornaio, un tipo davvero eccentrico, disse che in questo periodo dell’anno si apre un varco, una “porta”… E mentre gli uomini festeggiano il Deus Sol Invictus, il male manda i suoi araldi sulla terra!
Il fornaio. Sì, lui.
Avete capito bene. Abbiamo un fornaio saggio che discute di demonologia e altre menate fantasy horror alla Lovecraft. Tutto molto folcloristico, per carità, ma non di mio interesse. Stimolante per un saggio di antropologia culturale, magari. Aggiungerei un gigante pelato e un nano che balla, però…
Non temo la solitudine di quella casa, cortesi lettori, me ne nutro; ne ho bisogno per concentrarmi sul lavoro, per godere del silenzio; la solitudine è un luogo ideale dove sprofondare alla ricerca di soluzioni concrete a problemi matematici. Non ho tempo per sciocchezze come rumori strani nel cuore della notte, il cigolio di una porta al piano di sotto o una persiana che sbatte. La logica mi suggerisce che “strano” indica un concetto relativo, che le porte cigolano quando andrebbero oliate e tutto ciò che sbatte o si muove senza l’intervento umano lo fa per cause ambientali, tipo il vento o un terremoto, nella più drastica delle ipotesi.
“Poltergeist” è un film, non un fenomeno paranormale.
Non ho paura di queste sciocchezze, per questo ho scelto una vecchia casa lontana da tutto e tutti, in mezzo a una fitta selva raggiungibile solo a piedi, disabitata da almeno 20 anni. Cercavo un posto tranquillo e l’ho trovato a un prezzo ridicolo. L’acqua corrente non manca e un vecchio traliccio mi collega al mondo.
Altro non mi occorre.

Attenti, tuttavia! Non fatevi strane idee, non sono un eccentrico scienziato con il capello bianco arruffato e gli occhialini; sono un cinquantenne in buona forma, undici decimi di vista, pragmatico, che ha trovato un’offerta immobiliare irrinunciabile, perfetta per le proprie esigenze. Tutto qui.
Il piano terra della casa l’ho adibito totalmente a studio: cento metri quadrati di carte, fascicoli e attrezzature, tranne una piccola cucina che ho lasciato così com’era, con il suo caminetto e un tavolo. Consumo lì i miei rapidi pranzi e al piano di sopra dormo, nella più piccola delle cinque camere. Non ceno, a letto presto e sveglia alle 4:30. Frutta, verdura e tisane in quantità.
Ah, scusate, poi c’è lo scantinato, quasi lo avevo dimenticato. Nello scantinato non ho mai messo piede, praticamente. Mi riservo di apportare una ristrutturazione all’edificio, prima o poi. Attualmente quella parte di casa è abitata solo da simpatici topini, cosa che si evince dai rumori continui di zampette che echeggiano attraverso i tubi dell’acqua.
Certo, facendo qualche lavoro potrei rendere la dimora più dignitosa e ospitare qualche collega ricercatore, fare di questo luogo un centro studi… ma un passo alla volta. Unico rammarico è l’aver perso il mio amato Rodolfo, fidato amico a quattro zampe, fedele pastore tedesco che ho cresciuto come un figlio e che ora è scomparso. Credevo che si sarebbe trovato benissimo e invece la prima notte, appena arrivati, ha spezzato la catena e ha cominciato a correre verso il fitto della foresta. Immagino cosa direbbero in paese: “Il cane ha sentito qualcosa…brrr!”, sì come no. Non temo entità soprannaturali, come non temo draghi, folletti, demoni, fatine, gnomi, unicorni e orchi. Soprattutto, non temo l’oscurità. Il buio è solo l’assenza di quelle onde elettromagnetiche che chiamiamo comunemente “luce”. Il problema del buio erano i mobili dove potevo inciampare o le scale ripide, null’altro, ma ormai conosco la casa. Non ho mai avuto paura del buio, mai, nemmeno da bambino… o meglio, mai prima dell’ultima notte di Natale passata qui, in mezzo alla foresta. Sapete, quella volta, quell’unica volta, mi accadde una cosa definibile come strana, effettivamente. Stavo sognando una delle mie equazioni, quando un fastidioso latrato mi destò in modo brusco e irritante. Non avevo mai sentito una bestia emettere un suono del genere, un misto di dolore e paura. Poteva essere il caro Rodolfo tornato da me? Ferito, malato? Poi, tra i rumori del bosco, distinsi quelli che sembravano dei passi, in casa, al piano terra. Allora tesi l’orecchio, convinto di essere vittima della suggestione. Nemmeno uno scienziato è completamente immune da queste debolezze quando si sveglia nel cuore della notte, giusto? E invece erano proprio passi e cominciai a distinguerli in modo sempre più chiaro e inequivocabile, non me li stavo immaginando: al piano terra c’era qualcuno, dunque… e stava salendo le scale? Beh, poteva essere un ladro, chi altri? Un tossico, un barbone, oppure un cretino del paese che voleva farmi uno scherzo; questi erano i profili papabili per una sgradita visita notturna. Ovviamente ero pronto ad accogliere chiunque di loro, senza esitazione. Si, perché un uomo di scienza non è un parruccone che vive nella sua torre d’avorio, non siamo incapaci a risolvere i problemi reali e l’eventualità di essere importunato più o meno seriamente era stata largamente preventivata.
Non sarei venuto a vivere qui, in mezzo al nulla, senza aver calcolato ogni evenienza. Quando impugno la mia Derringer, piccola e maneggevole, temibilissima a distanza ravvicinata, sono ragionevolmente in vantaggio su qualunque aggressore. Aprii la porta della camera, scalzo, con addosso solo boxer e canottiera; non avevo tempo per presentarmi in modo decoroso e certo il mio ospite non avrebbe badato all’abbigliamento sconveniente, con un proiettile nello stomaco. Silenzioso e agile raggiunsi la cima delle scale, avvolto nell’oscurità amica, forte dell’ulteriore vantaggio di conoscere il terreno di scontro… e invece niente. Nonostante i passi indicassero la presenza di qualcuno ormai a un metro da me, non c’era assolutamente anima viva. A quel punto sentii qualcosa sfiorarmi, come se sfilasse alla mia destra e continuasse oltre; istintivamente sferrai un pugno all’aria e persi l’equilibrio, maledetta emotività! Ritrovai la calma e il sangue freddo quasi subito, mi voltai e puntai l’arma verso il buio. Di nuovo niente, nessuna sagoma muoversi verso la mia camera, ma i passi si allontanavano proprio in quella direzione. Stavo per seguirli, per nulla intimorito, quando la porta d’ingresso si spalancò di botto…
Entrò un vento freddo e impetuoso che sollevò e avvolse in un turbinio tutte le mie carte, gli appunti, i quaderni sopra le scrivanie. Affacciandomi dalle scale pensai: “Merda!” Soprattutto perché quella scena grottesca era illuminata da una luce rossa intensa proveniente dalla cucina. La carta che svolazzava senza tregua iniziò a bruciare e bruciare e bruciare in un vortice impazzito e… qualcosa non torna, vero? Non risulta anche a voi che dopo un po’ la carta si consuma e diventa cenere? Cioè, passi questo fenomeno di autocombustione rarissimo in natura, ma perché non smetteva di bruciare? Dipendeva da quella luce? E proprio mentre affrontavo il dilemma, la luce divenne blu, fredda e tagliente come una lama di ghiaccio che ti apre lo stomaco. I fuochi si spensero e la porta di casa si chiuse con botto secco, portando via ogni suono e frastuono. Sembrava tutto finito. Avrei potuto riordinare le idee, capire se i miei sensi fossero stati alterati dall’assunzione di qualche sostanza allucinogena trasmessa per via aerea o peggio, ingerita. La possibilità che i buzzurri del paese potessero drogare le mie verdure era poi così remota?
Questa soluzione mi parve assai sensata e valida anche per spiegare gli eventi che seguirono. Sebbene in casa fosse tornata la calma, infatti, la fredda luce blu proveniente dalla cucina continuava a diffondersi, accompagnata da un pungente sibilo che proveniva dalla stessa direzione. Ora, ricordatevi che sono un matematico, non uno psicologo o un medico e sapere come comportarsi in presenza di un’allucinazione è qualcosa che esula dalle mie competenze. Decisi così di scendere al piano di sotto e di seguire quel suono fastidioso per scoprirne l’origine. Passo dopo passo mi diressi verso la cucina e camminai per molto tempo, mi sembrarono ore e ore, giorni interi. I piedi facevano male, le gambe si piegavano troppo sulle ginocchia doloranti e quando provavo ad affrettarmi sentivo un peso al torace e una sensazione di pericolo. Alla fine, dalla sala studi raggiunsi la soglia della cucina, sfiancato e tremante. Lì mi accorsi che il camino non c’era più e al suo posto vedevo una porta azzurra che sibilava come una struttura instabile in balia di non so quali forze sconosciute. Ancora un passo, ancora uno e ancora, ancora finché non raggiunsi la strana porta. Il mio corpo si stava congelando davanti a quella luce gelida, ma feci un ulteriore sforzo per raggiungere la soglia. Fu in quel momento che, tentando di scoprire cosa ci fosse oltre il varco, restai pietrificato: la superficie era trasparente e dall’altra parte due occhi mi fissavano, folli e violenti. C’era qualcosa, oltre quel passaggio, un essere indescrivibile, inconcepibile per una mente umana e… quella cosa… stava masticando la testa del mio cane, di Rodolfo. E continuava a fissarmi, con un sorriso sadico su quelle fauci impossibili sporche di sangue e di pelo canino. Nell’attimo esatto in cui la mia mente cedette, lo fece anche il cuore. Il dolore al petto divenne come artigli incandescenti che scuoiano le carni e ogni barlume di razionalità si spense. Cadendo passai dall’altra parte della porta azzurra, proprio verso la creatura figlia della follia.
Divenne tutto nero. E fu così che morii, la notte di Natale…

Ma non era la fine, mi sembra logico, pazienti lettori, altrimenti come potrei lasciarvi queste memorie? Aprii di nuovo gli occhi, ma stavolta vedevo molto di più e in modo molto diverso. All’improvviso avvertii una fame irresistibile. Feci quello che solitamente chiamiamo guardarsi intorno e scorsi in mezzo alla foresta il buon Rodolfo, mentre beveva da un ruscello. Ah, buon amato Rodolfo, quale modo migliore di servire il tuo padrone? Lo raggiunsi dal non-luogo in cui mi trovavo semplicemente pensandolo e fui su di lui. Il suo latrato lo sentirono fino al paese ed è già leggenda…
Tornai nella mia tana, oltre la porta azzurra e iniziai a sgranocchiare la testa di Rodolfo – il cervello è la parte più saporita, sarete d’accordo – ma un profumino più delicato mi attirò fuori dal nascondiglio. Cominciai a camminare e raggiunte le scale salii lentamente; quando giunsi in cima mi trovai davanti un idiota in mutande e canottiera, che mi puntava contro una piccola pistola. Prima che potesse vedermi decisi che preferivo passare inosservato e lui non mi vide. Gli sfilai accanto, sfiorandolo appena e l’idiota scettico pensò bene di colpirmi con un pugno, rendendosi ancora più goffo e ridicolo. Quindi raggiunsi quella che era stata la mia stanza e l’idea di farmi un pisolino non era male, considerando come mi ero svegliato, non so quanto tempo prima, ma sapevo che le cose non erano andate così, che quell’uomo, il tizio che ero stato prima di morire, aveva bisogno del suo spettacolino pirotecnico per avere un infarto e diventare il nuovo me. E così diedi il via alle danze: la porta spalancata dal vento, la luce incandescente dalla tana e gli appunti in fiamme a volteggiare per la stanza. Quando il mio triste me-vivente raggiunse rallentato la soglia della porta, gli permisi per la prima e ultima volta di vedermi; null’altro servì.
Ah, che Natale bizzarro, vero? Anche per uno scienziato, per un matematico come me un Natale del genere è un po’ troppo, sarete d’accordo. Senza contare che continuo a svegliarmi ogni notte per il latrato agghiacciante di Rodolfo; continuo a morire di paura, a diventare il mostro e a lasciare queste memorie scritte per voi, simpatici lettori. E questo continua ad accadere sempre, da allora, sempre! Mi sto quasi annoiando di questa morte di Natale. Perché qualcuno di voi non passa a trovarmi? Così, magari spezziamo questo fastidioso loop temporale, no? Ricordate i vecchi dischi, i vinili? Indiscutibile il loro fascino vintage, ma ricordate anche alcuni problemi fastidiosi? A volte a causa di un granello di polvere o di una rigatura la puntina saltava e tornava di poco indietro. E così, prima di intervenire, continuavamo a sentire sempre lo stesso pezzo di canzone, ancora e ancora. Più o meno è quello che succede a me. Vorrei che finisse, prima o poi, soprattutto perché ho molta fame e vorrei dare uno sguardo allo scantinato ma…

… Sono uno scienziato, cari lettori, non uno sciocco, un ignorante che affretta il passo quando al crepuscolo vede le ombre allungarsi …
Fine (?)