Giulia seguiva le immagini del film, scena dopo scena, sequenza dopo sequenza, ogni singola inquadratura… e capiva.
No, non stava vedendo il solito film sui fantasmi che infestano case, alberghi, navi, no!
C’era molto più “reale”, che paranormale ed era proprio quello l’orrore più grande, quasi insopportabile.
L’abisso più profondo, quello che ricambia pericolosamente il tuo sguardo, era proprio lì, nella quotidianità di quella storia che scorreva fluida sotto la pelle scelta dal regista per filtrare il Male e renderlo accettabile. Una maschera gotica per nascondere il volto del vero mostro, del vero orrore, quello che non lascia spazio ad alcuna forma di catarsi.
Di nuovo no, il regista non era stato fedele al senso originale della storia, scritta da un altro gigante, Stephen King; aveva escluso il passato dei personaggi e ogni possibile evoluzione che potesse costituire una forma di spiegazione o giustificazione a quanto stava per accadere. L’orrore vero non si può raccontare se ci si perde nella soggettività di una ricca caratterizzazione, come avviene nel romanzo, dove ogni sfumatura è sviscerata: alcolismo, le colpe dei padri, la lotta contro il proprio lato oscuro e l’affetto per il figlio… no, tutto questo avrebbe allontanato dalla quinta essenza della follia umana, dalla perversione dell’animo che la mente non riesce a contenere, dalla Violenza, quella di cui parlano i Tg e che lascia increduli.
E così Giulia guardava in profondità e sentiva i crampi allo stomaco, riconoscendo quella che poteva essere la sua storia.
Vedeva un uomo nervoso, pericolosamente in bilico sul confine che divide la nevrosi dalla follia… proprio come suo marito, di fianco a lei, che digitava qualcosa sul cellulare invece di vedere il film.
“Tanto l’ho già visto, è noioso, non fa paura”, diceva.
“Sì, ma cosa ne hai capito? Niente!”, pensava lei. Lo pensava e basta.
Lui a volte la picchiava, l’uomo che aveva sposato e che avrebbe dovuto amarla, rispettarla e bla bla bla…
Era quasi sempre nervoso, anche per motivi banali: il traffico, la sconfitta della squadra del cuore, l’invidia per un collega che faceva carriera, il cane del vicino e quel nervosismo lo sfogava a casa, su di lei; quando la cena non era di suo gradimento, quando riteneva che le camicie fossero stirate male, ma soprattutto… per gelosia.
Lui era geloso anche dell’aria che Giulia respirava e le faceva il terzo grado ripetutamente su ogni collega di lavoro, a volte partendo da premesse diverse al solo scopo di indurla in una possibile contraddizione.
Era convinto che prima o poi avrebbe scoperto qualche relazione clandestina, che fosse solo una questione di tempo; addirittura sembrava deluso, quando controllandole il telefono non trovava messaggi sospetti.
“E questo numero? Che non hai nei contatti? Che succede, hai dimenticato di eliminare, ti sei distratta?”
“Non ricordo, chiamalo tu direttamente e senti chi è…”, rispondeva sicura di sé, ma sempre più depressa.
L’iter della violenza seguiva sempre le stesse tappe: prima le urla, gli insulti e infine le botte; con il tempo Giulia aveva quasi imparato a disinnescare la furia insensata e codarda del marito, ma non sempre riusciva a spegnere l’incendio alle prime avvisaglie. Si scusava, senza avere colpe reali e poi taceva, lo lasciava sfogare; quello era il modo migliore per non pregiudicare la situazione e salvarsi dagli schiaffi, a volte persino dai pugni, che il vile le mollava sull’addome per non lasciarle segni evidenti.
Ci fu un tempo, all’inizio, in cui provava a ribellarsi, a rispondere, a tenere alto l’amor proprio, persino ad alzare la voce e a difendersi, ma finiva ogni volta per contare i lividi.
Perché si era illusa di poter cambiare quell’uomo?
Sì, di tanto in tanto le cose andavano un po’ meglio, lui faceva un gesto carino, provava a riavvicinarsi, ma durava poco: “Con chi hai preso il caffè oggi? Ma c’era anche quel Massimo, quello dell’altro settore, vero? Dai, c’era, lo so, mi racconti cazzate… ti rendi conto che è meglio se lo dici subito qui, piuttosto che se lo scopro io da solo e faccio un casino? Io ci vado in galera ma tu e quel paraculo finite male!”
Un incubo, l’orrore, quello vero.
Giulia guardava Shining e in quel labirinto di siepi vedeva i vicoli ciechi della mente umana, dove i buoni propositi e il rispetto si perdono lasciando spazio a frustrazione e ira. Vedeva quel Jack Torrence con le fattezze di un altro Jack, attore straordinario, ma dietro a quel volto c’era la faccia di suo marito.
Quanto stava rischiando?
Si ricordò di aver letto del primo dialogo tra Stanley Kubrick e Stephen King; il regista riteneva quella storia fondamentalmente ottimistica:
“Perché?”, chiese lo scrittore.
“Perché se esistono i fantasmi, allora esiste qualcosa dopo la morte!”, rispose Kubrick.
“E la dannazione? L’inferno?”.
“Beh, io non ci credo…”, concluse Stanley, che non credeva nemmeno ai fantasmi.
Poi il pensiero di Giulia si spostò sul personaggio del piccolo Danny Torrence.
Danny pedalava lungo corridoi fiancheggiati da porte misteriose, da solo, privo di una guida. Era l’Innocenza, impreparata ad affrontare il mondo e le sue insidie.
E poi c’era lei, Wendy, isterica all’inverosimile eppure capace di difendersi e di cercare aiuto; ma come riuscirci senza radio in un albergo sepolto dalla neve?
Anche Giulia si sentiva in trappola, prigioniera della vergogna; prigioniera della paura che lui la uccidesse, folle com’era quando perdeva il lume della ragione.
“Come ne uscirò? Come farò io? Voglio salvarmi come fa Wendy, ma lei ricevette un aiuto… chi aiuterà me? Chi si sacrificherà per portarmi un gatto delle nevi?”
Giulia sapeva che nel romanzo non si accennava ad alcun cimitero indiano e che il regista intendeva ricordare lo spargimento di sangue che aveva decimato i nativi americani. Inoltre, la donna aveva capito perfettamente che il film raccontava la frammentazione della famiglia e l’immutabile violenza dell’animo, ma tutto questo… come poteva aiutarla?
Eppure non riusciva a smettere di vedersi lì, inseguita da uno psicopatico con l’ascia.
Nella pellicola l’orco moriva congelato all’interno di un labirinto, che era la sua stessa mente contorta e Wandy salvava se stessa e il figlio… Ma invece lei, Giulia, come avrebbe fatto a scappare?
Dopotutto, Kubrick aveva ragione: rispetto alla realtà, la storia di Shining è molto più ottimistica…
Giunse alla scena finale del film, mentre provava a immaginare un epilogo positivo per se stessa.
Kubrick aveva trasformato la macchina da presa nei nostri occhi e ci accompagnava lungo un salone fino ad una parete, dove erano affisse alcune foto dell’hotel, l’Hoverlook Hotel.
Le note leggere di “Midnight, the Stars and you” sembravano danzare direttamente dalla foto di una festa, scoperta nel dettaglio da uno zoom:
“Overlook Hotel, July 4th Ball, 1921”; proprio sotto all’immagine di quell’uomo, simbolo della follia umana.
Sì, Jack era già lì, c’era sempre stato, era sempre stato lui il custode, come aveva detto Delbert Grady nel dialogo fondamentale del film.

“Per quanto tempo potrò sopravvivere al mio Jack? E i fantasmi? E il sangue dall’ascensore? Diciamo che sono la parte meno spaventosa…”, pensò la donna.