Parlo spesso, ancora, anche se a guardarmi non si direbbe… Parlo ai piccioni, soprattutto, con loro i discorsi sono assai piacevoli. Sono buoni ascoltatori, i piccioni. Io li sfamo, loro mi ripagano con tanta buona compagnia, scandita dal ritmo goffo di versetti simili a gorgheggi di bimbi. Poche molliche di pane per un dono così raro, se questa non è vera amicizia, cosa lo è?
A ognuno di loro ho dato un nome, perché non sono tutti uguali, guai a confonderli. Hanno un carattere proprio, un’anima e sentimenti, non ho dubbi al riguardo, qualunque cosa possa pensare la gente di me. C’è voluto del tempo per capirli, ma ora siamo legati e quando si dibattono per litigarsi le briciole… Riesco a provare ancora un po’ di allegria.
Parlo molto, dicevo, con i piccioni ma soprattutto con me stesso. Mi perdo in estenuanti, interminabili, logorroici monologhi e finisco per contraddirmi, senza arrivare mai ad una conclusione sensata. E’ un parlare per parlare; un parlare di cose dette e ridette tra me e me. Parole, frasi e discorsi pensati o, a volte, sospirati fra le labbra che muovo lente, per risparmiare le forze e per non farmi vedere dai passanti. Alcuni mi guardano male, altri non mi vedono proprio, ma ogni tanto c’è anche qualche sorriso sui loro volti.

Gli esseri umani non sono molto diversi dai piccioni, ma quando litigano per le briciole si fanno molto più male.

Da qui, quasi sulla cima del parco, vedo tutta la città. Domino i tetti, le fabbriche, il cemento, le formichine industriose e colorate che si chiamano automobili e che circolano senza sosta in su e in giù…da destra a sinistra…
A volte non lo riconosco più, questo posto!
Altre volte, invece, mi sembra di guardare il paese in cui nacqui, ottant’anni fa. Le vie, che riuscivo a contare senza sforzo, la piazza centrale, dove conobbi veramente Laura, il fiume che la faceva da padrone nella parte sud: un nastro azzurro contornato di verde che avvolgeva la zona come un’elegante sciarpa di lino.
Cos’è rimasto di quel paese? Cosa, di quel mondo?
E’ brutto sentirsi fuori posto.
Non trapassati, ma passati.
Insomma, sentirsi soli, sì!
Da quando è morta Laura mi chiedo continuamente cosa fare. La casa è sempre vuota. Certo, la domenica vengono i figli e i nipoti, ed è bellissimo. Passo qualche ora felice, ma poi partono. Sì che lo so, è naturale, sono una famiglia, ormai… E la mia, di famiglia? Cosa mi resta senza Laura? Ho viaggiato tanto per trovarla, per conoscerla, per riuscire a stringerla a me.
Ho viaggiato per terra e per mare, per luoghi assolati e desolati, ove la guerra voleva che andassi. Ho sudato e arrancato lungo strade sterrate e polverose, lastricate solo dal pianto dei disgraziati e dei folli come me, che per lavoro hanno sparato contro altri esseri umani.
Persone che nemmeno si conoscono ma si uccidono.
Non ha senso.
Follia.
Ho conosciuto donne diverse, importanti o solo di passaggio. Ho ricevuto amore e odio da scriverci un libro di centomila pagine. Ho lottato e, sporadicamente, persino vinto! Ah, che vita, quanti chilometri prima di Laura. Quanti sensi unici e opposti prima di imboccare il sentiero giusto. E’ stato un percorso lungo e duro, cominciato proprio in questo paese, nella casa in cui nacqui, accanto a quella di Laura.
Ho girato mezzo mondo per poi tornare al punto di partenza, dove sono cresciuto e conoscere, finalmente, “la mia metà”, come si suol dire.
Era a pochi metri ma non la vedevo, strano vero? Dovevo prima diventare un’altra persona, imparare ad amare, a rispettare ad accettare gli altri e me stesso.
Me stesso, prima di tutti gli altri. Capire cosa volevo.
Perdonarmi.
Conoscere tante cose, la grandezza e la miseria umana. Vivere al massimo per raggiungere una consapevolezza maggiore, la comprensione del mistero più grande: ciò che cercavo era proprio lì, a un palmo dal naso.
Alla fine sono stato premiato oltre i miei meriti. Molto oltre!
Ma oggi? La casa in cui dormo non è più casa Nostra. E’ casa mia e mi sta larga come mutande di tre taglie più grandi.
Già.
Ma ora basta, ecco che mi perdo fra le nebbie di ricordi lontani, all’ombra di qualche rimpianto.
Non ricordo cos’ho mangiato stamattina, ma la mia personale Odissea sì, nei dettagli… Dove ero rimasto? Ah, sì, la mia attività preferita!
Il mio passatempo, oggi, è sedere su questa panchina. Quasi nessuno la conosce. E’ un luogo solitario, appartato abbastanza da potermi sedere e pensare; un luogo dove piangere e rimpiangere. Sporadicamente qualche coppietta spunta dai sentieri dentro la pineta. Vengono dalla boscaglia che ricopre la cima del colle. Ci sono decine di percorsi qui dietro; viuzze create dalla natura per se stessa e per l’uomo che ama esplorare. Passaggi un po’ angusti che cambiano con le stagioni, con le piogge, col tempo e col vento che passa e ritorna.
Un’epoca fa, anch’io fui giovane. Amoreggiavo appena potevo, come questi adolescenti e il mondo era tutto lì. A volte vorrei scavalcare la staccionata di legno e lasciarmi cadere giù, dal bel vedere sino alla città. Potessi seguire i miei amici piccioni, mi abbandonerei nell’aria per ricominciare, o riprendere, questo viaggio strano. Il viaggio di questa esistenza amata e tormentata. Credo che se potessi tornare in dietro rifarei le stesse scelte… Anche se magari in modo un po’ diverso.
Sarebbe bello fermare le lancette dell’orologio, vero? Guardarsi indietro senza l’assillo del tempo che passa… O che non passa, oggi. Certe volte, mi sembra di aver trascorso la giovinezza sulle montagne russe: un frenetico emozionante spaventoso giro della morte da lasciarti senza fiato.
Poi sono sceso.
E ho già detto quando.
Il mio biglietto è scaduto e resto a terra, mentre sono gli altri a girare.
Per carità, è giusto così e poi, oggi, è successo qualcosa che voglio raccontarmi…
Oggi, dopo tanto tempo, qualcuno mi ha parlato.
No, non come la commessa del supermercato – gentile lei – e nemmeno l’edicolante, in modo diverso.
Credevo che, una volta seduto sulla mia panchina, diventassi quasi invisibile e invece un bimbo si è avvicinato.
Che sorpresa!
Non saprei come descrivere la gioia che ha pervaso questo vecchio.
Non so cosa facesse quel bambino in giro, da solo, ma ciò che conta è stato il suo gesto, commovente e inatteso. Dopo avermi sorriso ha allungato la manina porgendomi un aeroplano di carta. Erano secoli che non ricevevo un dono così bello. Ho esitato a prenderlo, un vecchio al parco che parla con un bambino che non conosce: se qualcuno avesse visto so cosa avrebbe pensato e mi sarei sentito addosso pensieri terribili. Posso capirlo, è anche giusto avere almeno un dubbio.

Il male esiste, eccome se è terribile, ma la tendenza a vederlo ovunque è solo paura.

Mi sono perso di nuovo… ah, sì, il bimbo ha insistito e infine ho accettato il suo regalo speciale. Ora è qui, sul palmo della mia mano, il suo fragile dono. E’ un aeroplano leggero, come lui. Semplice e perfetto, come tutti i bambini prima che siano plasmati da noi, dal mondo che abbiamo creato.
Ma perché questo mondo li odia tanto, i bimbi? Cosa sentono le mie orecchie al telegiornale, ogni giorno?
No, voglio parlare d’altro…Voglio parlare di ciò che disse quell’angelo.
“Lo sai che c’è un sentiero, qui dietro, che nessuno ha mai percorso? Nemmeno io! Perché non vai? Si dice che, dopo tante difficoltà, superata una salita ripida e piena di buche, ci sia uno spiazzo comodo e nascosto dove poter riposare sereni. Un prato soffice e una pietra per sedersi, null’altro. Sembra che solo di notte si possa trovare questo sentiero, quando la luce d’argento della luna lo illumina tra rami ansiosi mossi dal vento. Perché non ci vai, stanotte che è luna piena?”, continuò, “Potresti arrivare nell’unico posto al mondo spiato solo dalla luna. Solo tu e Lei, su questo colle misterioso… e parlarci, da lì ti sentirebbe.”
Alle parole del bambino sprofondai nei pensieri e nei ricordi, senza badare alla poesia e alla consapevolezza di quella persona così giovane.
Tornato in me, il bimbo era sparito. Non c’era più. Forse, carezzato dal soffio freddo del vento d’inverno era svanito in un mulinello di foglie…
Chi lo sa, se infine sono diventato tutto matto? Sta di fatto che la proposta mi è sembrata allettante e ora ho deciso: partirò!
Stanotte.
Attenderò il tramonto e poi via, verso l’ultima meta… O verso la prima di una nuova vita.
Che bello poter farneticare liberamente. Poter sognare ancora. Percorrere una strada disagevole, sudare duramente lungo il cammino, per poi raggiungere la meta più ambita: il riposo.

Lì, racconterò di nuovo tutto di me, lo farò alla luna.

Cambiare, per diventare altro, per andare oltre.

Un po’ come girare mezzo mondo, per poi sposare la ragazza che ha sempre vissuto nella casa accanto.