Calipso e Ulisse, nell’inquietante rappresentazione di Arnold Böklin (1827-1901).

Ulisse è intrappolato nella “prigione dorata” dell’isola di Ogigia, nella quale egli è, da ormai sette anni, ospite-prigioniero della ninfa Calipso.
In fine, gli dei decretano che anche per lui è giunto il momento del ritorno in patria e per questo motivo Ermes, messaggero e divinità affine all’eroe, ordina a Calipso di liberare l’amato.
La ninfa – pur contrariata – deve accondiscendere all’ordine divino: si reca allora sulla riva del mare, dove incontra l’eroe che piange e sospira il ritorno.
La scena dell’ultimo incontro fra i due costituisce certamente uno dei vertici assoluti dell’arte omerica.
Nel dipinto Ulisse è un’ombra con il capo abbassato
a scrutare il mare sotto le rocce. Calipso, all’entrata della grotta, lo guarda con l’espressione disillusa di chi ha capito
che solo il mare lo sta trattenendo. Anche la lira, lo strumento che accompagna il suo canto ammaliatore, tace.

PANTELLERIA?

La descrizione omerica dell’isola di Ogigia trova molte similitudini con la splendida Pantelleria, isola ancora incontaminata dal turismo di massa. La posizione geografica e persino la flora citata dal cantore sembrano coincidere lungo itinerari che conducono fino ad una caletta in riva al mare, dove la profonda grotta di Sateria ricorda in modo impressionante quella di Ogigia, dove l’astuto avventuriero trovò piacere e prigionia.